Attenti alla spettacolarizzazione

Il mestiere del giornalista richiede, talvolta, di individuare quale sia la notizia in grado di suscitare l’attenzione del lettore e aumentare la tiratura del giornale. Gli squali, sfortunatamente, hanno questa capacità innata. Nel libro “Sharks, silent hunters of the deep” Ron e Valerie Taylor scrissero: “Poche creature della terra sono così tanto temute e poco comprese come gli squali. I leoni attaccano l’uomo, ma vengono (giustamente) protetti all’interno di riserve e chiamati i “re della savana”. Gli squali attaccano (sporadicamente) l’uomo e il loro nome diviene sinonimo di ferocia e crudeltà e l’opinione pubblica ne richiede o, nella migliore delle ipotesi, è indifferente al loro sterminio”.

Niente di più vero.

Sfortunatamente, gli squali hanno la capacità di alimentare le nostre paure ancestrali e i media trovano nelle nostre menti terreno fertile.

Il nostro suggerimento è quindi quello di trattare le notizie che vengono diffuse con grande senso critico e di riflettere su alcuni dei concetti che vi vengono espressi.

Più di una volta mi è capitato di leggere su un articolo, o di sentire alla televisione, l’espressione “acque infestate da squali”. Gli squali non infestano le acque, ma ci vivono e giocano un ruolo fondamentale nel mantenerle in equilibrio. I mari sono il loro elemento, mentre l’uomo è solo un ospite, peraltro poco discreto ed educato.

Sta di fatto che i media, in taluni casi, alimentano la nostra paura per questi animali tralasciando troppo spesso informazioni fondamentali a comprendere il perché un attacco si sia verificato. Se la stessa attenzione venisse posta al problema che ormai interessa decine di specie di squalo ormai sull’orlo del collasso, probabilmente impareremmo a vedere questi animali sotto un’altra luce.

Talvolta i media cadono a loro volta vittime di alcuni personaggi senza scrupoli e disposti a tutto pur di vivere il loro minuto di notorietà.

Un paio di casi eclatanti si verificarono negli anni ’60 del secolo scorso. Nel 1968, la rivista “Life” pubblicò una serie di drammatiche immagini che raffiguravano l’attacco mortale sferrato da uno squalo bianco ad un subacqueo. La vittima, Josè Marco, era uno stuntman che stava girando una scena con degli squali Zambesi. Improvvisamente, uno squalo bianco irruppe sul set uccidendolo. Le fotografie fecero il giro delle principali riviste patinate, ma in un secondo tempo emerse che il servizio era stato montato ad arte.

La cosa si ripeté in altre situazioni, in una sorta di gara tra fotografi imbecilli. Due di essi, a metà degli anni sessanta, andarono avanti per mesi a colpi di scatti di macchina fotografica nel tentativo di fornire il servizio del secolo alla rivista di turno. Non appena il primo pubblicò delle foto di un intrepido subacqueo che respingeva uno squalo con un arpione, il secondo ne scattò delle altre con squali più grossi e respinti con fiocine sempre più piccole. Inutile dire che gli squali ripresi nelle foto erano morti. Per qualche tempo, l’eroico subacqueo protagonista degli scatti, un tale Ron Thomas, ebbe buon gioco e divenne protagonista di numerose comparsate televisive.