Ognuno di noi può fare qualcosa

Chiunque di noi viva in città, in campagna o in montagna, alla domanda “che cosa possiamo fare per contribuire alla conservazione degli squali?” risponderebbe spontaneamente: “niente”. In effetti risulta difficile credere di poter dare un contributo, per quanto piccolo, alla conservazione di animali che trovano il loro habitat naturale a centinaia, se non a migliaia, di km di distanza dai luoghi che frequentiamo abitualmente. L’opinione comune è che per fare realmente qualcosa di utile, ci si debba imbarcare su un gommone di Greenpeace, arruolarsi come volontario sulla Sea Sheperd, o incatenarsi davanti al Palazzo delle Nazioni Unite con il cartello “Save the sharks” appeso al collo. La verità è che con un po’ di attenzione e di buona volontà si può veramente fare qualcosa, senza sforzi eccessivi. Uno dei punti chiave è la lotta al commercio (spesso illegale) di materiale biologico. Talvolta infatti, per quanto inconsapevolmente, compiamo dei gesti che contribuiscono ad alimentare il commercio di carne, pinne, mascelle, denti e derivati degli squali. In altri casi, di nostra iniziativa, ci imbarchiamo in battute di pesca d’altura con l’idea che faccia molto “macho” avere nel salotto di casa una nostra foto scattata di fianco ad uno squalo appeso a testa in giù al molo del porto. Ma andiamo per ordine: quanti di noi, aggirandosi tra le bancarelle di qualche isoletta tropicale non ha resistito alla tentazione di comprare un ciondolo con un bel dente di squalo tigre, leucas o grigio da appendere al collo? E chi non è stato tentato dalla possibilità di comprare quella bella mascella irta di denti esposta nella vetrina del negozietto di souvenir in centro? La tendenza è quella di non prestare attenzione a ciò che si acquista, quasi provenisse da un altro pianeta, o si fosse manifestato sotto i nostri occhi per magia. La realtà è ben diversa. Tutto il materiale biologico che acquistiamo apparteneva, necessariamente, a qualche ignaro proprietario che ha avuto la sfortuna di incappare in una rete a strascico o in una long line, proprio per soddisfare la domanda di questo tipo di “chincaglierie”. E’ la legge della domanda-offerta. Ad un aumento della domanda, deve necessariamente corrispondere un aumento dell’offerta. Al di là dell’aspetto etico della cosa, è necessario ricordare che molti squali sono ormai una specie protetta e che la loro pesca è vietata del tutto, o fortemente regolamentata. Esaminiamo, a titolo di esempio, il caso dello squalo bianco: i sui famosi denti perfettamente triangolari sono in commercio, ma in numero sempre minore. Essendo il Carcharodon carcharias specie protetta CITES, presente in appendice II allegato B, la loro vendita è autorizzata solo se accompagnata da un certificato che ne attesti la legalità. Una volta in dogana, in caso di controllo, se sprovvisti della documentazione richiesta saremo passibili di multa e di procedimenti giudiziari. Diverso, invece, il discorso per i denti fossili per i quali non ci sono limitazioni all’acquisto e all’importazione.

Se proprio non resistete alla tentazione di acquistare un dente o una mascella, potete potete farlo là dove l’uccisione degli squali sia inevitabile. Molti tratti di costa del Sudafrica o dell’Australia, ad esempio, sono protette da reti antisqualo. Organizzazioni governative, quali il Natal Sharks Board sudafricano, sono preposte alla posa e alla rimozione delle reti, all’interno delle quali rimangono sfortunatamente impigliate decine di squali. Quando possibile, gli esemplari ancora vivi vengono rilasciati, mentre le carcasse di quelli morti vengono portate a terra a scopi scientifici e didattici. Tale meccanismo comporta che ci sia una buona disponibilità di materiale biologico da mettere in commercio, senza dover ricorrere all’uccisione volontaria di ulteriori animali.

Come accennato nella sezione dedicata al finning, la pesca indiscriminata di milioni di squali per asportarne le pinne è, sfortunatamente, pratica comune e in continua espansione a dispetto delle normative vigenti. Le pinne, come ampiamente dimostrato, non hanno alcun potere terapeutico e tantomeno afrodisiaco. Il loro acquisto è, pertanto, del tutto ingiustificato, oltre che estremamente dannoso. Lo stesso discorso vale per i fantomatici farmaci antitumorali derivati dalla cartilagine di squalo, la cui efficacia è ancora ben lungi dall’essere dimostrata.

Torniamo ora, per un attimo, a casa nostra. Quante volte sulla nostra tavola ci siamo trovati ad assaggiare una fetta di palombo alla griglia? Recentemente, ho preso l’abitudine di curiosare sul banco del pesce dei vari ipermercati: palombo, smeriglio, verdesca e spinarolo sono quasi sempre presenti. Il fatto non deve stupire, dal momento che siamo uno dei maggiori consumatori di carne di squalo al mondo. Niente di male, se non fosse che lo spinarolo – a titolo di esempio – in alcuni mari del mondo è quasi del tutto scomparso. Nel nord dell’Atlantico si parla di una riduzione della popolazione prossima al 90%. Se a questo aggiungiamo il fatto che gli squali raggiungono la maturità sessuale molto tardi (alcune specie a 10-15 anni) e che la loro prole spesso conta solo una o due unità, risulta evidente che i tempi necessari per la loro ricomparsa in alcuni tratti di mare, anche qualora non venissero più pescati, richiederebbe decenni.

In sintesi, con un po’ di attenzione e di senso di responsabilità, si può veramente fare qualcosa. E non servono cartelli appesi al collo.