Dispositivi antisqualo
Lo studio dei dispositivi antisqualo trova le proprie origini nel pieno del II conflitto mondiale. Il dr. Harold J. Coolige studioso dell’Harvard Museum of Comparative Zoology, ma anche implicato in questioni di sicurezza nazionale come membro dell’OSS (quella che poi diventerà la CIA), venne inviato in missione ai Caraibi dove ebbe modo di parlare con un sopravvissuto ad un disastro aereo e di ascoltarne i racconti in merito al comportamento predatorio degli squali nei confronti delle vittime. Le parole del sopravvissuto colpirono molto Coolige che, nei giorni immediatamente successivi, venne inoltre a conoscenza di una serie di lettere inviate a membri del Congresso e al Presidente Roosevelt da parte di madri allarmate che temevano per l’incolumità dei propri figli arruolati in marina o in aviazione. Coolige, quindi, decise di sottoporre direttamente il problema alla Casa Bianca, proponendo l’attivazione di uno specifico progetto mirato ad individuare un dispositivo antisqualo da inserire nell’equipaggiamento standard di marinai ed aviatori.
La proposta non venne accolta con entusiasmo dai vertici militari degli Stati Uniti. Il progetto, infatti, avrebbe assorbito fondi altrimenti destinabili al conflitto in corso, oltre che allarmato l’opinione pubblica e i soldati impegnati sui diversi fronti. In particolare la Marina si dimostrò molto scettica nei confronti del progetto, visto il limitatissimo numero di attacchi documentati fino ad allora. Tuttavia, Coolige ed il suo team di esperti, puntando sull’effetto psicologico positivo che un repellente antisqualo avrebbe avuto su eventuali vittime di un naufragio, ebbero la meglio ed il progetto ebbe inizio. W. Burden, presidente del Marine Studios della Florida, insieme ad un team di ricercatori provenienti dalla Marina, dall’Aeronautica e dall’ufficio nazionale per lo Sviluppo e la Ricerca scientifica, si misero al lavoro iniziando i propri esperimenti. I primissimi esemplari a fungere da cavie per gli esperimenti necessari a trovare un repellente chimico efficiente, furono tre piccoli palombi di un metro di lunghezza che, dopo una serie di tentativi, finirono per essere uccisi con del cibo avvelenato. A queste prime cavie seguirono centinaia di altri squali, sottoposti a innumerevoli esperimenti condotti con ultrasuoni, nubi di inchiostro, bombe a base di sostanze maleodoranti e gas tossici. Nessuno dei metodi sembrò funzionare. A settant’anni da quei primi esperimenti, sono stati fatti molti passi verso lo sviluppo di dispositivi in grado di proteggere soldati, subacquei e bagnanti dalla minaccia di un attacco accidentale di squalo. La maggior parte di essi vengono impiegati da specialisti che per motivi ludici, di ricerca, o lavorativi, si trovano spesso ad operare in acque dove il contatto con questi animali è molto probabile. In tutti gli altri casi, vista l’assoluta inconsistenza degli attacchi a livello mondiale, il loro uso è del tutto superfluo. Fondamentalmente, i sistemi antisqualo possono essere suddivisi in tre grandi categorie: dispositivi fisici, chimici ed elettrici. Di seguito troverete una breve rassegna di quelli sviluppati dai lontani anni ’40 fino ai giorni nostri.


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