Repellenti chimici
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Scritto da Fabrizio   
Il primo passo avanti verso la scoperta di un repellente chimico “efficiente” venne mosso in seguito all’osservazione di un pescatore giunta all’orecchio di Stewart Springer, uno degli scienziati coinvolti nel progetto. Il pescatore sosteneva che nei dintorni di uno squalo ucciso non era più possibile pescare per lungo tempo. L’osservazione fece pensare a Springer, che le carcasse di squalo emettessero una qualche forma di repellente naturale in grado di mantenere gli altri squali a distanza. Seguirono degli esperimenti nel corso dei quali carne di squalo “avariata” venne proposta come pasto ad alcuni esemplari. Questi ultimi risultarono titubanti a cibarsene. Dall’analisi del contenuto delle carni, emerse una forte concentrazione di acetato di ammonio. I ricercatori pensarono così di combinare l’acetato con lo ione rame che aveva dato alcuni risultati positivi in precedenti esperimenti. L’acetato di rame divenne quindi il principio attivo del primo composto anti squalo. I primi esperimenti condotti con questo composto vennero condotti nelle acque di Cuba, alla presenza di un vero esperto della pesca allo squalo: Ernest Hemingway. I risultati, combinati con quelli di un’altra serie di esperimenti portati a termine in Florida e nel Golfo dell’Ecuador, furono definiti “eccezionali”. Iniziò così la produzione in larga scala del repellente, costituito per il 20% di acetato di rame e per l’80% da nigrosina, un composto di colore nero simile a quello prodotto dalle seppie.

Shark Chaser La funzione del colorante era prettamente di tipo psicologico: il naufrago avrebbe potuto rimanere all’interno della nube generata dal composto provando un maggiore senso di “protezione”. Nacque così lo Shark Chaser. La sua produzione, tuttavia, rimase per lungo termine un segreto militare. Per lunghi anni, gli abitanti delle zone limitrofe alla Borden Company’s Shark Industries non seppero il motivo della puzza proveniente dagli stabilimenti che, originariamente, erano dedicati all’estrazione della vitamina A dal fegato degli squali. Dopo la richiesta di produzione dell’acetato di ammonio da parte del Governo, gli stabilimenti furono convertiti e dedicati alla “bollitura” di carcasse di squalo per estrarne il principio attivo.

Sulla reale efficienza dello Shark Chaser ci sarebbe da discutere; molti, infatti, sostennero che quest’ultima fosse legata principalmente alla presenza dell’inchiostro che fungeva da “barriera” tra lo squalo e la potenziale preda. George A. Llano sottolineò che “senza ombra di dubbio, il maggior valore dello Shark Chaser risiedeva nell’effetto psicologico e dal senso di sicurezza da esso infuso nelle vittime di disastri in mare”. A conflitto terminato proseguirono gli esperimenti sullo Shark Chaser ma, come osservato dal Dr. Albert Tester dell’Università delle Hawaii “visto l’elevato numero di specie e differenze comportamentali, oltre che fisiologiche, è pressoché impossibile avere un repellente antisqualo efficiente al 100% e in tutte le situazioni”. Quest’ultima affermazione venne provata successivamente, quando un esperimento condotto su un gruppo di squali in frenesia alimentare su una carcassa di un cetaceo in Australia dimostrò chiaramente che alcune specie venivano respinte, mentre altre proseguivano indisturbate nel banchetto.

Efficace o non efficace, lo Shark Chaser divenne parte dell’equipaggiamento standard dei piloti dell’aviazione statunitense e della Marina. Anche la NASA se ne servì in occasione degli ammaraggi delle varie unità Apollo di rientro da missioni spaziali. Alcuni osservatori dell’Ente sottolinearono tuttavia che più di una volta gli squali si fecero vivi, attirati dallo “splash” delle navette, ma non furono mai ostili, limitandosi a guardare curiosi le operazioni di salvataggio.

Pardachirus marmoratus Un passo successivo nello sviluppo dei repellenti chimici fu fatto dalla celebre ricercatrice Eugenie Clark. Quest’ultima osservò che una sostanza secreta dalla cosiddetta sogliola di Mosè (Pardachirus marmoratus) allontanava gli squali, preservando il piccolo pesce dai loro attacchi. “La presenza in acqua della sogliola di Mosè, viva o morta che fosse”, osservò la Clark, “era in grado di allontanare gli squali per oltre dieci ore”. Tuttavia, la riproduzione del composto in laboratorio e su larga scala risultò difficoltosa ed eccessivamente dispendiosa.

La ricerca nel campo dei repellenti continuò per anni. Le decine di prodotti testate (dai detergenti comuni quali lo shampoo, al detersivo per i piatti) non diedero mai risultati incoraggianti. Nei pochi casi in cui i risultati furono positivi, le sostanze dovettero essere utilizzate a concentrazioni così elevate da renderne impossibile l’impiego nella pratica. Attualmente, i ricercatori sono indirizzati verso lo studio di composti naturali nella speranza di isolare feromoni, o sostanze prodotte naturalmente dagli squali per segnalare agli altri esemplari situazioni di pericolo imminente.

Il progetto venne quindi abbandonato, ma non prima di aver realizzato un prototipo di muta dotata di vescicole piene di repellente.