I documentari sugli squali

L'interesse generato dagli squali sull’opinione pubblica è riflesso nell’incredibile numero di documentari che sono stati prodotti già a partire dagli anni '60. I primi lungometraggi vennero girati da operatori equipaggiati con attrezzature video e da immersione che erano molto limitate sia in prestazioni, sia in affidabilità e sicurezza. E’ da notare che, ai tempi, le conoscenze in materia di fisiologia dell’immersione subacquea erano limitatissime e che dispositivi quali i computer da immersione erano oggetti sconosciuti. L’industria subacquea, con i milioni di utenti dei giorni nostri, si sarebbe infatti sviluppata in modo consistente trent’anni dopo soltanto. Anche le conoscenze sull’etologia degli squali erano pressoché nulle. Si sapeva che potevano essere potenzialmente pericolosi, ma quanto lo fossero realmente e quali fossero i margini di rischio lo avrebbero scoperto gli operatori sulla propria pelle.

Chi, nonostante questi limiti, si immerse e si cimentò in riprese faccia a faccia con questi animali fu quindi un vero e proprio pioniere. A dispetto di quanto si aspettarono i cineoperatori, il pericolo reale risultarono essere non tanto gli squali, quanto il mare e la malattia da decompressione. Il risultato fu che, con il tempo, i documentaristi presero confidenza con questi animali abbandonando via via l’uso dei dispositivi di sicurezza (quali le gabbie) nel corso delle riprese.

A prescindere dal coraggio e dalle indubbie capacità tecniche degli operatori subacquei del tempo, è interessante notare come, da un punto di vista dei contenuti, l’impostazione dei lungometraggi sia andata mutando con il passare degli anni. Pellicole come "Uomini e squali", del mitico regista e subacqueo Bruno Vailati, piuttosto che "Mare blu, morte bianca" di Peter Gimbel, girato in collaborazione con Ron e Valerie Taylor, sono più celebrazioni del documentarista presentato come un pioniere che sfida il predatore nel suo ambiente naturale, che veri e propri documenti sulla natura degli squali. Ci sono voluti  diversi anni (e miliardi di squali uccisi) per giungere alla produzione di documentari che mettessero in risalto la situazione reale: lo squalo è la preda, l’uomo il cacciatore. 



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