Evoluzione

Scoprire qual è l’origine degli squali è impresa ardua. La struttura ossea di natura cartilaginea di questi pesci – che rende il loro scheletro rapidamente deperibile – comporta che il ritrovamento di reperti fossili sia estremamente difficile. Gli unici elementi del corpo degli squali che si conservano in modo più prolungato sono infatti quelli leggermente calcificati e, quindi, più resistenti: denti, spine, dentelli dermici e – in alcuni casi – piccole porzioni di scheletro.

Alcuni studiosi ritengono che le origini degli squali debbano ricercarsi nei Placodermi (fig. 1), antichi pesci dotati di piastre ossee sul capo e sulla parte anteriore del corpo, di coppie di pinne pettorali e ventrali e di una bocca con mascella articolata e idonea a qualsiasi tipo di alimentazione.

Placoderma
Figura 1. Illustrazione del Dr. J.Long

I primi reperti fossili riconducibili agli squali risalgono a circa 400 milioni di anni fa, nel periodo Devoniano. Quello che viene considerato il primo squalo è il cosiddetto Cladoselache (fig. 2), un pesce cartilagineo di circa due metri di lunghezza, dotato di robuste spine di fronte alle pinne dorsali, cinque fessure branchiali e denti costituiti da un piatto basale sormontato da una cuspide centrale che, a sua volta, era contornata da due o più cuspidi più piccole. La pinna caudale, simile a quella di alcuni attuali lamniformi quali il mako, suggerisce che il Cladoselache fosse un ottimo e veloce nuotatore. I primi resti di Cladoselache vennero ritrovati in stratificazioni risalenti a circa 370 milioni di anni fa.

Cladoselache
Figura 2

Quando questi progenitori degli squali si estinsero, nel Mississippiano, ne comparvero altri tra i quali spicca il bizzarro Stetachanthus, uno squalo di piccole dimensioni che presentava in corrispondenza della prima pinna dorsale un’appendice sormontata da una fitta serie di dentelli, presenti anche sulla sommità del capo. Sebbene la loro funzione non sia chiara, sono state fatte alcune ipotesi: la prima considera questa struttura come una sorta di meccanismo di difesa, mentre la seconda gli attribuisce una funzione di ancoraggio. Lo Stetachanthus avrebbe impiegato i dentelli per ancorarsi al corpo di altri squali o a quello di pesci più grandi per farsi trasportare a lunghe distanze, analogamente a quanto fanno le remore.

Successivamente, circa 320 milioni di anni fa, comparvero nei mari gli Ibodonti (fig. 3), pesci cartilaginei dotati di alcune delle caratteristiche proprie degli squali dei giorni nostri quali, ad esempio, gli pterigopodi. Le pinne dorsali, poste in posizione simile a quella degli squali attuali, erano sormontate da robuste spine. Le mascelle degli Ibodonti erano più elastiche rispetto a quelle dei loro progenitori, così da rendere più semplice la cattura delle prede. I denti erano di due tipi: acuminati anteriormente e più piatti ed arrotondati posteriormente, il che suggerisce che la loro dieta non fosse solo basata sui pesci, ma anche su molluschi e crostacei di cui dovevano sgretolare il guscio.

Ibodonte
Figura 3

Gli Ibodonti si ritiene che scomparvero intorno al Cretaceo (circa 65 milioni di anni fa) lasciando spazio alle forme di squalo più evolute i cui caratteri persistono in alcuni ordini di squali che solcano ancora i mari dei giorni nostri: gli Eterodontiformi, dotati di spine sulle pinne dorsali e dentatura che richiama quella degli Ibodonti, e gli Exanchiformi che comprendono specie a sei e sette branchie.

Va sottolineato, inoltre, che da un confronto tra alcune specie attuali (es. Isurus, Odontotaspis, Lamna ecc.) e reperti fossili che risalgono a circa 50 milioni di anni fa le differenze che emergono sono minime e, spesso, relative esclusivamente alle dimensioni degli esemplari.

Merita un discorso a parte il caso del famigerato Carcharodon megalodon. Di dimensioni prossime a quelle di uno dei più grandi mammiferi marini, il capodoglio, il C. megalodon comparve approssimativamente nel Cretaceo superiore e solcò i mari fino a “soli” 15 milioni di anni fa. Alcune teorie, tuttavia, sostengono che gli ultimi esemplari di C. megalodon siano sopravvissuti fino ad epoche più recenti (si ipotizza da 11.000 a 20.000 anni fa) e che questa specie abbia quindi condiviso la terra con l’uomo. L’unico reperto su cui gli studiosi hanno potuto fare affidamento per trarne le loro deduzioni è un numero considerevole di denti, ritrovati in Europa, in Australia e nelle Americhe. Le dimensioni di questi ultimi sono impressionanti e raggiungono i 15 cm, suggerendo una lunghezza media complessiva dei proprietari stimate in 12 metri. Se queste dimensioni fossero confermate, significherebbe che gli esemplari in questione avrebbero avuto una pinna dorsale di circa 4 metri e sarebbero pesati quasi 12 tonnellate.

A supporto di questa teoria esiste il caso, risalente al 1908, della ricostruzione da parte dell’American Museum of Natural History di una mascella di C. megalodon realizzata con denti fossili ritrovati in varie parti del mondo. A lavoro terminato (fig. 4), la mascella misurava 2,7 metri di larghezza e 1,8 di altezza, suggerendo una lunghezza complessiva dell’animale prossima ai 15 metri.

Mascella megalodon
Figura 4

Come noto, il C. megalodon è stato considerato da molti come il progenitore dell’attuale squalo bianco (Carcharodon carcharias). Tuttavia, sebbene il nodo sia ancor ben lungi dall’essere sciolto, teorie più recenti ritengono che i due squali abbiano due linee evolutive differenti. Lo squalo bianco sarebbe, infatti, un discendente di forme primitive del genere Isurus (lo stesso dello squalo mako), mentre i diretti discendenti del Carchardon megalodon si sarebbero estinti non arrivando mai ai giorni nostri.

I motivi dell’estinzione del C. megalodon non sono noti, ma si pensa che siano legati alla comparsa di predatori più agili e veloci che avrebbero progressivamente sottratto le prede a questo enorme squalo, esaurendo la sua fonte di sostentamento. Tuttavia, questa come molte altre domande sulla storia evolutiva degli squali sono ancora molto lontane dal trovare una risposta.