Le specie più pericolose

Individuare la specie responsabile di un attacco, nella maggior parte dei casi, è impresa ardua, se non impossibile. Stilare quindi una classifica degli squali più pericolosi è difficile poiché ci si può basare esclusivamente sui quei casi in cui il responsabile dell’attacco sia effettivamente stato identificato con certezza. I criteri ai quali si fa riferimento per attribuire un attacco ad una specie piuttosto che ad un’altra sono in parte soggettivi (il riconoscimento del responsabile da parte della vittima o di uno dei soccorritori) e in parte oggettivi. Questi ultimi si basano sull’analisi della forma e della dimensione del morso, sull’impronta lasciata dai denti o, in taluni casi “fortunati”, sul ritrovamento di denti lasciati dall’aggressore sulla vittima o su qualche struttura su cui questa si trovava (es. una tavola da surf).

I riconoscimenti basati su dati soggettivi possono invece trarre facilmente in inganno: difficilmente un surfista, un bagnante, o un subacqueo è dotato delle conoscenze necessarie a discernere tra una specie di squalo ed un’altra. Uno squalo mako pinna lunga, ad esempio, se avvistato da fuori dall’acqua da un eventuale soccorritore, può essere facilmente scambiato per uno squalo bianco. Quest’ultimo, tuttavia, così come lo squalo tigre, è sicuramente più riconoscibile di un generico squalo grigio. Film, libri e documentari hanno reso popolari queste due specie rendendole di più facile riconoscimento rispetto ad altre.

Anche la località e le modalità di attacco, specifiche per determinati tipi di squalo, aiutano gli addetti ai lavori ad attribuire la responsabilità di un attacco ad una determinata specie di squalo. Sta di fatto che su poche decine di interazioni registrate in un anno, solo una piccola percentuale consente di determinarne con certezza il responsabile.

Basandosi esclusivamente sui casi accertati è possibile comunque affermare, senza ombra di dubbio, che cinque o sei specie siano da considerarsi particolarmente a rischio per gli esseri umani: il grande squalo bianco (Carcharodon carcharias), lo squalo tigre (Galeocerdo cuvier) e lo squalo Leucas o Zambesi (Carcharhinus leucas). Seguono a breve distanza i due predatori pelagici per eccellenza, lo squalo Longimano (Carcharhinus longimanus) e la verdesca (Prionace glauca). Occasionalmente, anche lo squalo martello (Sphyrna spp.), alcuni squali grigi, seta, o lontani parenti dello squalo bianco quali lo squalo toro (Carcharias taurus), lo smeriglio (Lamna nasus) e il Mako (Isurus spp.) si sono resi responsabili di attacchi, ma indubbiamente le prime specie sono quelle abitualmente collocate in lista nera. Va, tuttavia, ricordato che il numero di attacchi all’uomo è assolutamente irrisorio e la statistica fa riferimento ad un numero di dati così limitato (50-60 all’anno) da renderla scarsamente significativa.

Squalo bianco

Si stima che circa il 30% circa degli attacchi all’uomo sia sferrato dal Grande squalo bianco. Quest’ultimo divide il proprio territorio di caccia con gli esseri umani in tre zone principali del mondo: Sudafrica, coste occidentali del Pacifico e Australia. La maggior parte degli attacchi sferrati dallo squalo bianco vedono come vittime i surfisti che, stando al parere della maggior parte degli esperti, verrebbero erroneamente scambiati per mammiferi marini e quindi attaccati. Per nostra fortuna, lo squalo bianco adotta un tipo di attacco basato sulla tecnica del “mordi e fuggi”: dopo un primo morso, la preda viene lasciata dissanguare. Ciò, nella maggior parte dei casi, quando il morso non sia stato letale, consente alla vittima di essere tratta in salvo prima che sopraggiunga la morte. Non si è mai verificato che un soccorritore sia stato a sua volta attaccato. E’ inoltre opinione diffusa che lo squalo bianco tenda a non attaccare l’uomo una seconda volta non riconoscendovi, dopo il primo morso, una preda abituale e “sufficientemente valida dal punto di vista energetico”, visto lo scarsissimo contenuto in grassi della carne umana. Il primo morso, infatti, sembrerebbe avere una funzione di “verifica” del tenore calorico della preda.
Squalo tigre
Differente è il discorso sullo squalo tigre. Sfortunatamente quest’ultimo, a differenza dello squalo bianco, tende a sferrare più di un morso amplificando il danno arrecato alla vittima. Anche nel caso dello squalo tigre, i surfisti risultano essere la categoria più a rischio nelle acque australiane, sudafricane e del Pacifico.

Squalo zambesi

Sebbene di taglia inferiore ai primi due predatori, lo squalo Zambesi è sicuramente micidiale vista la grossa stazza e la potenza del suo morso. Responsabile della maggior parte degli attacchi nelle acque della Florida e del Brasile, lo squalo Leucas o Zambesi ha due prerogative che lo rendono particolarmente pericoloso. Quest’ultimo, infatti, tende a spingersi molto sottocosta, in acque di profondità anche inferiori al metro, venendo così a contatto con i bagnanti che affollano le spiagge. La sua caratteristica principale è, tuttavia, quella di adattarsi anche all’acqua dolce il che lo rende un frequentatore di fiumi e laghi quali, a titolo di esempio, il Rio delle Amazzoni, il Mississippi e il Lago Nicaragua. Le condizioni di visibilità in questi corsi d’acqua sono tali da indurre gli squali a mordere una potenziale preda nel tentativo di verificarne la commestibilità, il che spiega in buona parte il motivo degli attacchi all’uomo.

Squalo verdescaPer la verdesca e lo squalo longimano la pericolosità è da ricercarsi nella loro natura pelagica. Contrariamente a quanto si pensa, infatti, in mare aperto la disponibilità di cibo è piuttosto scarsa spingendo questi due predatori, dalle dimensioni ragguardevoli, ad essere molto inquisitivi. Entrambe le specie sono quindi le prime a sopraggiungere su luoghi di naufragi o disastri aerei e sono tristemente famose per la vicenda della Corazzata Indianapolis. Sul finire della seconda guerra mondiale, l’Indianapolis venne affondata da un sommergibile giapponese al largo delle Filippine lasciando centinaia di naufraghi in balia delle onde. Sebbene la vicenda sia stata ampiamente pubblicizzata come uno degli episodi più macabri della storia della marina americana, visto l’elevato numero di marinai azzannati dagli squali, va ricordato che la maggior parte di questi lo furono dopo la morte e che, la maggior parte dei decessi furono da attribuire alla disidratazione o agli effetti legati all’aver bevuto acqua di mare.