Statistiche
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Scritto da Fabrizio   
Venerdì 29 Gennaio 2010 09:53

Le statistiche parlano, in media, di circa 60 attacchi di squalo registrati in tutto il mondo ogni anno. Nel 2008, secondo i dati dell’ISAF, 59 casi sono stati classificati come attacchi non provocati. Sono considerati come “attacchi non provocati” tutti i casi di interazione in cui l’uomo non si sia reso protagonista di atteggiamenti che possano aver indotto lo squalo ad una reazione difensiva.

Negli anni ’90 è stato registrato il maggior numero di interazioni uomo-squalo del XX secolo ma, stando alle stime dell’ISAF, questo dato sarà probabilmente superato in numero assoluto da quello della prima decade del XXI secolo. Questo trend non è tanto da interpretare come un incremento in termini assoluti del numero di attacchi, quanto piuttosto la logica conseguenza dell’aumento di possibilità di un incontro tra l’uomo e squalo dovuto al sempre maggiore numero di persone che praticano sport acquatici o che, comunque, entrano in mare. Il numero di interazioni nel corso di un anno, infatti, è direttamente correlato alla quantità di tempo trascorsa dall’uomo in acqua. Visto l’aumento della presenza in acqua dell’uomo a scopi ricreativi (si pensi allo sviluppo dell’industria subacquea a cui si è assistito negli ultimi quindici anni) è presumibile che questo si traduca in un leggero aumento nel numero di incidenti. Allo stesso tempo, tuttavia, il numero di squali nelle acque del mondo sta rapidamente diminuendo come conseguenza della forte pressione esercitata dalla pesca commerciale riducendo in linea teorica la possibilità di interazioni con l’uomo.


Altri fattori che possono giocare un ruolo determinante nel favorire o sfavorire tali interazioni sono riconducibili a fluttuazioni delle condizioni meteo marine e ad aspetti socio-economici che possono influire sulla presenza dell’uomo in mare. Qualsiasi stima ed analisi della casistica relativa agli attacchi di squalo deve, pertanto, essere esaminata in modo critico e con estrema cautela.

Va infine considerato un aspetto molto importante che, se ignorato, può indurre in erronee interpretazioni delle statistiche. L’efficienza dell’International Shark Attack File nella raccolta dei dati negli ultimi vent’anni è aumentata in modo esponenziale. I mezzi di comunicazione attualmente a disposizione, infatti, consentono un controllo capillare del territorio che si traduce in un flusso di dati costante e più facilmente controllabile rispetto a epoche in cui internet, la posta elettronica e la telefonia cellulare non erano mezzi di uso comune.

Tornando alla casistica più recente, nel 2008 solo 4 dei 59 attacchi registrati è risultato mortale: due in Messico, uno in Australia e uno in California. Per gli anni 2000 è stato osservato, inoltre, che la percentuale di attacchi mortali su quelli totali si è ulteriormente ridotta rispetto alla decade precedente, passando dal 12% al 7%. Tra i motivi di questa ulteriore riduzione, l’aumento dell’efficienza delle cure mediche e degli interventi di primo soccorso, la maggiore disponibilità di strumenti di comunicazione oltre ad una maggiore consapevolezza da parte di chi frequenta il mare delle situazioni potenzialmente a rischio e, pertanto, da evitare.

Analogamente agli anni passati, il 70% circa degli attacchi si è verificato nelle acque del Nord America e delle Hawaii, seguiti da quelli avvenuti in Australia (20%), Brasile e Messico. Nessun caso è stato invece registrato in Sudafrica.

La Florida si è ancora dimostrata lo stato con la più alta incidenza di interazioni su base annua, con un numero di attacchi pari al 78% di quelli complessivi avvenuti in tutto il Nord America.

Tra le categorie più “a rischio” i surfisti la fanno da padrone con oltre il 56% dei casi registrati, seguiti da nuotatori e bagnanti (36%), snorkelisti (7%) e altre categorie, tra cui i subacquei (1%) a dispetto dell’incremento esponenziale della pratica dello shark diving.

Fonte dei dati: International Shark Attack File