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Alcune riflessioni sugli attacchi di Sharm
Scritto da Fabrizio   
Giovedì 09 Dicembre 2010 10:45

Negli ultimi giorni si è fatto un gran parlare degli attacchi di squalo avvenuti a Sharm el Sheikh. La città e la sua coloratissima barriera corallina sono ben note a noi subacquei, ma i fatti della scorsa settimana hanno disteso un velo d’ombra sull’immagine della località turistica.

Non è la prima volta che un attacco di squalo attira l’attenzione dei media ed il panico che se ne genera mi lascia sempre stupito. Viene da pensare che l’eccezionalità dell’evento attragga l’attenzione generale, o che forse non venga persa l’occasione per dipingere gli squali come animali assassini. Pur nel massimo rispetto delle vite umane che vengono perse come conseguenza di un attacco di squalo, credo sia opportuno ridimensionare l’entità del fenomeno, quantomeno per riportare un po’ di calma. Gli attacchi di squalo ai danni di bagnanti, subacquei e surfisti sono episodi assolutamente sporadici ed eccezionali. Le statistiche sono molto chiare in merito: su base annua, dalle 50 alle 70 persone sono vittime di interazioni non provocate con gli squali. Tra queste, circa il 10% perde la vita per lo più a causa dello shock, o dell’impossibilità di ricevere soccorso immediato quando sia stata ferita gravemente. La frase “la vittima è stata divorata da uno squalo” è, pertanto, impiegata a sproposito nel 99% dei casi. Gli attacchi a seguito dei quali il corpo della vittima non sia più stato ritrovato sono rarissimi. Al contrario, nella maggior parte dei casi chi subisce un attacco ha modo di poterlo raccontare.

Le cause che generano un attacco di squalo sono molteplici e solo raramente riconducibili ad un comportamento predatorio intenzionale. La difesa del territorio, la scarsa visibilità in acqua, o errori di valutazione dell’animale che scambia un essere umano per una sua preda abituale sono alla base della maggior parte delle aggressioni. In taluni casi, tuttavia, è l’alterazione dei fattori ambientali ad indurre comportamenti anomali negli squali. Il caso di Sharm credo rientri in quest’ultima categoria. Le cronache parlano di una serie di attacchi avvenuti nella stessa area ed in un periodo di tempo molto limitato. L’anomalia sta nel fatto che le statistiche parlano di alcune decine di attacchi accertati nel corso di un anno in tutto il mondo. La concentrazione di poco meno del 10% di essi in un’area così limitata e a distanza di tre o quattro giorni ha senz’altro dell’eccezionale. Alcuni testimoni hanno indicato un esemplare di pinna bianca oceanico (Carcharhinus longimanus) come il possibile responsabile dell’attacco mortale alla turista russa.

Supponendo che il responsabile degli attacchi sia solo uno, e quindi non più esemplari di squalo, la presenza di un longimano sottocosta è comunque piuttosto anomala. Come noto, infatti, questa specie di squalo è tipicamente pelagica e solo di rado si avvicina alla costa. Analogamente, lo squalo mako pinna lunga, catturato nei giorni immediatamente successivi agli attacchi, non è uso ad avventurarsi in acque basse. La domanda che sorge spontanea è: per quale motivo quegli squali si trovavano lì? La risposta, forse, sta in un episodio analogo accaduto in Brasile anni fa e di cui abbiamo fatto cenno sul nostro sito http://www.sharkabout.com nei giorni successivi ai primi attacchi. Nel 2004 nei pressi delle spiagge di Recife si registrarono 7 attacchi di squalo non provocati. Da un’indagine commissionata dal governo brasiliano emerse che una serie di concause avevano provocato gli sfortunati episodi. La costruzione del nuovo porto commerciale aveva costretto a deviare il corso di un fiume abitualmente frequentato dagli squali leucas (Carcharinhus leucas). Questi ultimi, per potervi accedere, erano quindi costretti a transitare di fronte alle spiagge turistiche di Recife venendo a contatto con migliaia di bagnanti e surfisti. Ad aggravare la situazione fu l’apertura di un macello pochi km nell’entroterra di Recife. Gli inquirenti scoprirono che le acque reflue dell’installazione venivano scaricate in un fiume e convogliate in mare attirando, pertanto, frotte di squali.

E’ di martedì la notizia, comparsa su France24, che un esponente del governo egiziano avrebbe dichiarato che, con ogni probabilità, nella zona dove sono avvenuti gli attacchi di Sharm sarebbero state scaricate in mare numerose carcasse di pecora, probabilmente a seguito di un rito religioso tenutosi qualche giorno prima. Questo spiegherebbe l’anomala presenza di mako e pinna bianca oceanici alla ricerca di cibo così sottocosta.

Gli squali sono senz’altro animali potenzialmente pericolosi, così come lo sono tutti i grandi predatori terrestri, e vanno pertanto avvicinati con cautela e rispetto. Tuttavia, la loro pessima fama è spesso opera di campagne denigratorie a senso unico che trascurano spesso di citare quale sia l’attuale situazione a livello mondiale. La pesca commerciale, la pratica del finning e le catture accidentali, sterminano ogni anno dai 50 ai 70 milioni di squali. Ciò equivale a dire che nei due minuti impiegati a leggere questo articolo, oltre 200 esemplari sono stati uccisi. A questo ritmo, la possibilità di incontrarli nel corso delle nostre immersioni saranno sempre minori e le conseguenze sull’ecosistema marino saranno imprevedibili.